Per accompagnare questa ricorrenza, Tubes condivide un'inedita conversazione con i designer Antonia Astori e Nicola De Ponti, che riflette sulla genesi del progetto, sul suo sviluppo nel tempo e sulle qualità che ne hanno garantito la continuità.
Nel 2006 Tubes presentava Milano, firmato da Antonia Astori e Nicola De Ponti, un progetto nato all’interno della ricerca avviata con la collezione Elements, che ha contribuito a ridefinire il concetto di elemento radiante d’arredo.
Con il suo corpo sinuoso e scultoreo, Milano proponeva una visione diversa del calorifero: non più semplice componente tecnica da integrare o nascondere, ma parte della struttura architettonica, capace di caratterizzare l’ambiente.
Con l’ambizione di arricchire il corpo scaldante di contenuti formali e tecnologici allora inediti, Milano ha rappresentato una vera svolta tipologica nel settore. Per la prima volta il radiatore si è svincolato dalla posizione tradizionale a parete per diventare protagonista dello spazio, come fosse una scultura capace di vivere autonomamente: libero a pavimento, persino mobile, fino alla soluzione sospesa a soffitto.
Nel corso di vent’anni si è evoluto attraversando diverse declinazioni – a pavimento, a parete, a soffitto, orizzontale – e modalità di alimentazione, entrando a far parte delle collezioni Elements e Plug & Play. Un progetto che ha mantenuto intatta la propria identità pur ampliando progressivamente il proprio campo espressivo, come dimostra l’ultimissima variante totalcolour del 2024.
“Siamo orgogliosi che Milano, a vent’anni dalla sua introduzione, sia ancora riconosciuto come un progetto capace di superare la propria funzione e mantenere una forte attualità. Con Milano abbiamo portato nel mondo del design un radiatore che non viene percepito come tale, ma come una presenza scultorea, una forma iconica in grado di dialogare con l’architettura. Il fatto che oggi venga considerato un classico del nostro percorso dimostra la forza di un progetto che ha saputo preservare la propria identità nel tempo”, dichiara Cristiano Crosetta, CEO di Tubes.
Selezionato per l’ADI Design Index ed entrato nella collezione permanente di design della Neue Sammlung di Monaco di Baviera, Milano si è affermato come uno dei progetti più rappresentativi del brand.
In occasione della Milano Design Week 2026, Tubes celebra questo importante traguardo con una presenza all’interno dell’installazione DEORON al Fuorisalone, in dialogo con nuove voci del design contemporaneo. Anche in fiera, uno spazio dedicato all’interno dello stand racconterà l’evoluzione del progetto attraverso le sue diverse configurazioni e interpretazioni, ripercorrendone il percorso in questi vent’anni.
Conversazione con Antonia Astori e Nicola De Ponti
A vent’anni dalla sua nascita, Milano viene ripercorso attraverso le parole dei suoi progettisti. Antonia Astori e Nicola De Ponti raccontano l’origine del progetto, l’ambizione tecnica che ne ha reso possibile la realizzazione e quella qualità formale che ne ha sostenuto la tenuta nel tempo.
Milano nasce nel 2006 all’interno della ricerca avviata da Tubes con la collezione Elements. Qual era l’intuizione progettuale che ha guidato il vostro lavoro su questo oggetto?
È passato tanto tempo, ed è difficile ricostruire i processi creativi a distanza di così tanti anni, ma proveremo a fare un salto indietro nel tempo. Il nostro intento, e crediamo dicendo questo di poter parlare a nome di chiunque faccia con passione e coerenza il “mestiere” del designer, è sempre quello di cercare di immaginare qualcosa di nuovo. L’ambizione è sempre quella di introdurre nei progetti qualcosa di innovativo a livello formale, tecnico, materico, tipologico…… Anche uno solo di questi aspetti se investigato può fornire spunti e portare ad un progetto che valga la pena di essere prodotto. È un compito difficile, e spesso non si raggiunge il risultato, ma l’ambizione che ci guida tende ad essere sempre quella. Nel caso di Milano, col supporto dell’azienda, abbiamo cercato di introdurre questa spinta innovativa su diversi livelli. All’epoca non esisteva ancora nel settore di riferimento un prodotto stand alone, che si fosse completamente svincolato dalla parete, integrato nello spazio come elemento di separazione o come elemento scultoreo, e questo ha reso Milano, insieme a TBT sempre di Tubes nato se non ricordo male più o meno contestualmente senza che avessimo saputo di aver sondato medesime strade progettuali, un prodotto tipologicamente rivoluzionario. Questa innovazione a suo volta dipendeva inscindibilmente dall’intuizione pregressa di Tubes di svincolare le valvole dal corpo radiante e liberare così l’estro dei progettisti con un’innovazione tecnologica alla base di tutta la collezione. A livello formale poi i vocaboli del linguaggio progettuale usato fino ad allora avevano attinto quasi esclusivamente alle forme tubolari o a quelle piatte. Milano, e sempre contestualmente e inconsapevolmente Add-On sempre di TUBES allora in fase di industrializzazione, si ispirò a forme scultoree e attinse chiaramente ad immaginari paralleli, atipici rispetto al settore di riferimento.
Fin dall’inizio Milano è stato pensato come parte integrante dell’architettura. In che modo questa posizione ha influenzato il suo sviluppo nel tempo?
Sinceramente crediamo in nessun modo. Probabilmente ha solamente inciso sul suo successo nel tempo. Lo sviluppo che Milano ha avuto, almeno dal punto di vista progettuale, era già tracciato fin dal principio. I primi schizzi prevedevano la versione a parete, quella stand alone a pavimento, quella appesa a soffitto, quella orizzontale…. . Per poter dialogare con lo spazio doveva declinarsi in tanti modi diversi e adattarsi a svariate collocazioni. Lo sviluppo nel tempo è stato invece certamente graduale e progressivo dal punto di vista tecnico, produttivo e industriale, perchè alcune delle applicazioni previste non erano fin da subito realizzabili. Neanche la prima lo era al principio! In generale è stato un progetto tecnicamente molto ambizioso e impegnativo, già difficile da industrializzare anche solo nella sua forma essenziale. Non smetteremo mai di dire che solo la capacità e perseveranza dell’azienda ha consentito che vedesse la luce la prima versione a pavimento e che si sviluppasse poi nel tempo fino a conquistare tutte le configurazioni e declinazioni previste a progetto.
Milano si è effettivamente sviluppato in diverse configurazioni – a pavimento, a parete, a soffitto, orizzontale – mantenendo una forte riconoscibilità. Qual è il suo nucleo progettuale irrinunciabile?
Siamo fermamente convinti che sia proprio questo, cioè il suo essere versatile per far parte dello spazio in cui viene collocato una volta svincolato dalla posizione tradizionale del calorifero a parete. La versatilità delle varie configurazioni è nata come detto fin da subito. Faceva parte del presupposto iniziale l’idea di concepire un prodotto che dialogasse con lo spazio vissuto e non solo con la marginalità delle pareti. Questa versatilità è ciò che in maniera più prepotente sta alla base del concept di progetto, se vogliamo proprio trovare un elemento che si possa definire irrinunciabile. Non pensiamo, però, che questo aspetto preponderante possa essere scisso dalla forma, che nel caso di Milano ha sicuramente contribuito significativamente al successo finale. Un prodotto con la stessa versatilità e senza la sensualità e ambiguità formale del Milano non avrebbe avuto la stessa forza e lo stesso appeal. Ricordo in proposito un aneddoto di una cara amica designer di Barcellona che ci raccontò di aver visto per la prima volta il Milano esposto in un negozio con vetrina su strada che prometteva uno super sconto extra a chi avesse indovinato cosa stesse guardando. La maggior parte degli avventori pensava di aver di fronte “una lampada”. Il design di Milano effettivamente è trasversale, attinge a immaginari paralleli rispetto a quelli tipici del settore di riferimento. Può darsi che anche questo lo abbia fortemente connotato nel tempo. E’ possibile che il nucleo irrinunciabile alla fine non sia uno solo….
Dopo vent’anni, cosa vi sembra ancora attuale di questo progetto? C’è una qualità che il tempo ha messo in evidenza in modo inaspettato?
A nostro avviso la qualità che è emersa col tempo è proprio il suo reggere imperturbabile al passare del tempo. Fin dall’inizio ha avuto un grande successo mediatico. Quello che non poteva essere prevedibile è stata la tenuta della sua forza espressiva e della sua attualità nel corso degli anni. Non parliamo del successo commerciale. Lo ha avuto e ha mantenuto una sua costanza nel tempo, ma non è quello a cui vogliamo fare riferimento. È il motivo stesso che sta alla base del fatto che il successo commerciale non sia mai scemato nel tempo. È perchè a nostro parere è contraddistinto da una attualità “classica” che permette di guardarlo senza pensare di osservare un prodotto agée. Non sapremmo dire se è una caratteristica data dal design, dalla tipologia, dai materiali o da altro. È un processo che crediamo di poter assimilare, sperando di non passare per presuntuosi, a ciò che è accaduto spesso con prodotti poi diventati iconici degli anni 30, 40 , 50 e 60, nel settore del mobile, dell’illuminazione, dell’automotive. Sono nati in quell’epoca progetti che pur invecchiando hanno preservato la loro attualità formale fino ai giorni nostri. Ci sono alcune linee che non invecchiano. O quantomeno invecchiano rimanendo “contemporanee”, gradite all’occhio del tempo. Questo per ora è successo anche al Milano. È come se in qualche modo fosse diventato un classico. O almeno è come lo vediamo noi ……. ma essendo i progettisti forse siamo di parte…..

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